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28 Marzo 2020

Programmatore 3.0

Oggi vorrei trattare un argomento diverso ma comunque importante: come e quando è avvenuto il mio personale salto di qualità e sono diventato quello che io chiamo un Programmatore 3.0.

Scrivo questo articolo sperando che possa essere ispirazionale per tutti quanti.

Esistono tantissimi libri su come migliorare le proprie abilità da programmatore:

  • libri che parlano di linguaggi
  • libri che parlano di framework vari
  • libri che parlano di come scrivere del codice bello e pulito
  • libri che parlano di come strutturare un progetto e molto altro.

Esistono anche tanti video corsi online più o meno validi.
Insomma, di risorse per accrescere le proprie capacità tecniche ne troviamo a bizzeffe: purtroppo niente o nessuno parla di tutto il resto.

Nessuno a parte me tramite questo blog.

Ma cos’è tutto il resto e perché dovrebbe importarti?

Tutto il resto è ciò che ti trasforma in un Programmatore 3.0:
tutto il resto comprende parlare con i clienti, comunicare con il team, prevedere e prevenire situazioni sfavorevoli, gestire il tempo e lo stress e molto altro.

Nel corso della mia carriera professionale ho fatto vari lavori (oltre al programmatore).

  • Ho lavorato come guarda campi in un tennis club.
  • Ho lavorato in un fast food.
  • Ho lavorato come Video Game Tester per la Microsoft.
  • E molto altro.

Per quanto molti dei lavori che ho fatto poco c’entravano con la carriera da programmatore, ognuno di loro mi ha lasciato dei frammenti di “saggezza” che poco significavano presi singolarmente ma una volta raccolti tutti si sono uniti e mi hanno permesso di crescere e salire al livello successivo.

L’evoluzione in un Programmatore 3.0, come in molti casi, è avvenuta quando sono giunto ad un punto critico nella mia vita.

I problemi

I miei genitori avevano perso il lavoro da un po’ e i soldi scarseggiavano, da solo dovevo provvedere a pagare le varie utenze, l’affitto, a comprare il cibo per tutti, genitori e 2 fratelli, e gli assistenti sociali, per via della nostra situazione economica, stavano alle calcagna di mio fratello minorenne sperando di portarlo in una casa-famiglia.

Se ciò non dovesse bastare, la mia vita sociale era un delirio, spesso dovevo rifiutare di uscire con gli amici per risparmiare soldi e inoltre non avevo una macchina per spostarmi: come risultato dipendevo totalmente dalla volontà dei miei amici di passarmi a prendere, cosa che mi faceva sentire di un peso enorme (non che loro abbiano mai fatto qualcosa per farmelo pesare, anzi ringrazio di avere gli amici migliori del mondo).

Lo stress era alle stelle in casa mia e ognuno di noi riversava il suo stress sul resto della famiglia creando uno tsunami di stress che si diffondeva come una piaga.

Ovviamente tutto questo stress influiva sul mio lavoro: non riuscivo a concentrarmi, ero svogliato, non portavo a termine i compiti che mi venivano assegnati.
La notte non dormivo pensando a tutti i problemi e come poterli risolvere, ma costantemente non vedevo soluzione.

Faccia a faccia con le conseguenze

Un giorno il mio capo decise di parlarmi… o meglio di licenziarmi.

Il mio lavoro mi piaceva tantissimo e prima che i problemi mi sommergessero mi ero totalmente dedicato alla causa aziendale con passione, se fossi stato licenziato avrei buttato tutto il mio impegno nel gabinetto e tirato lo sciacquone: avevo creato un bel pasticcio.

Quel giorno mi umiliai ed implorai una seconda opportunità.

Avevo toccato il fondo.

Con mio grande stupore, il mio capo, che tutt’oggi stimo e rispetto sia come professionista che come amico, mi diede questa chance e ma mi pronunciò queste parole:

“Hai un mese per dimostrarmi che sei cambiato ma sappi che fino ad oggi nessuno è mai riuscito a farmi cambiare idea in così poco tempo”.

La seconda opportunità

La felicità di avere una seconda opportunità e l’orgoglio per essere stato paragonato all’insuccesso di altri mi pervasero ed accettai “la sfida”.

Caso vuole che in quel periodo il reparto di Helpdesk (supporto ai clienti, per chi non lo sapesse) fosse in calo di personale e di conoscenze tecniche: da programmatore divenni un addetto al supporto.

Aiutare i clienti a risolvere i loro problemi con la nostra applicazione per me era un gioco da ragazzi, chattavo con loro, li chiamavo se qualcosa non portava, gli davo le soluzioni e loro erano felici.

Detenevo il maggior numero di chat risposte, il maggior numero di casi risolti, il tempo di prima risposta minore e molti altri record.
Quando i clienti parlavano con i miei colleghi chiedevano di essere passati a me: Thomas mi capisce, Thomas risolve i miei problemi dicevano.

Era proprio vero ma con il tempo mi accorsi che… non era vero.

Dunque era vero o non era vero?

Beh, in parte era vero, io risolvevo i loro problemi, ma lo facevo in maniera temporanea.

Mano a mano che parlavo con loro e risolvevo i problemi che incontravano mi accorsi che esistevano dei trend, dei problemi che si ripetevano, dei casi molto simili tra loro.

Io aiutavo i clienti ma non li istruivo sulla soluzione applicata e l’applicazione non aiutava i clienti a trovare la soluzione da soli con il risultato che i clienti erano totalmente dipendenti da me.

L’illuminazione

Nel momento in cui realizzai tutto ciò, in quell’esatto momento, misi i primi mattoni per costruire le basi del il mio futuro successo come professionista: in quell’instante divenni il famigerato Programmatore 3.0.

Ovviamente la sfida con il mio capo la vinsi io e tutt’oggi parla di me come l’unico che riuscì in quest’impresa.

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